Il famoso milione di posti di lavoro è un concetto che ritorna ciclicamente nelle campagne elettorali italiane. L’ultimo ad averlo tirato in ballo è stato il segretario del Pd, Matteo Renzi, inserendolo tra gli obiettivi raggiunti grazie a uno dei più controversi provvedimenti del suo governo: il Jobs Act.

Da parte sua, Pagella Politica, nel provare a verificare il dato, sostiene che non corrisponda totalmente al vero. Chi ha ragione?
Partiamo dai numeri che, almeno in linea di principio, dovrebbero essere incontrovertibili anche se, come vedremo, possono invece prestarsi a più interpretazioni.
Con l’aggiornamento del 9 gennaio scorso, cui il tweet di Renzi è riferito, l’Istat ha effettivamente certificato un aumento di occupati pari a 1 milione e 30mila unità per ciò che concerne il periodo intercorso tra febbraio 2014 (insediamento dell’esecutivo Renzi) e il mese di novembre 2017, ultimo dato disponibile in quella data.

 

Tuttavia, come fa notare Pagella Politica, se il merito fosse ascrivibile al Jobs Act, e non anche a una congiuntura economica globale migliore rispetto ai lunghi anni della crisi, bisognerebbe ridurre la forbice: non da febbraio 2014 ma dal dicembre 2014, quando cioè è entrato in vigore il principale decreto attuativo della riforma del lavoro. Così facendo i benefici della riforma si attenuano e riguarderebbero 751 mila nuovi occupati. Risultato comunque ragguardevole.

Se si potesse mettere la trademark al “milione di posti di lavoro”, il diritto spetterebbe a Silvio Berlusconi, il primo a introdurre il tema nelle campagne elettorali della Seconda Repubblica

 

Pagella Politica, inoltre, argomenta sulla scarsa influenza del Jobs Act portando a sostegno della propria tesi uno studio di due analisti di Banca d’Italia datato però 2015. Appare però difficile e insidioso smentire una dichiarazione di gennaio 2018 su dati di novembre 2017 con un report del marzo 2016 che ha come anno campione il 2015.

Di contro, sembra più convincente abbandonare il mero dato numerico per soffermarsi su quello semantico. È un caso che l’Istat parli di “occupati” mentre l’ex premier (e anche il ministro uscente Maria Elena Boschi), in più tweet, di “posti di lavoro”? Si tratta di sinonimi? Non proprio: come spiega infatti la stessa Istat, per “occupato” si intende chi “ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura; ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collabora abitualmente”.

Non è una precisazione di poco conto: è come se, nel calcolare il totale dei proprietari di case, si decidesse di ricomprendere anche chi occupa un immobile senza averne titolo, oppure chi vi si trova momentaneamente perché ospite di un amico o in virtù di un contratto di affitto. Insomma, a seconda delle situazioni che si fanno rientrare nella definizione si possono adulterare i numeri che comporranno il report o anche solo cambiare la percezione del fenomeno che si vuole analizzare.

Non è dimostrabile che Matteo Renzi abbia usato quell’espressione in mala fede semplicemente perché non si può sostenere che, con la dicitura “posti di lavoro”, si debba per forza fare riferimento alla concezione – ormai datata e, se vogliamo, persino eccezionale – del vecchio contratto a tempo indeterminato. Certo, difficile fare rientrare nell’immaginario comune un’ora di lavoro settimanale come un nuovo posto di lavoro: occorre una notevole dose di fantasia.
Per questo, è possibile concludere che il segretario del Pd, per mettersi al riparo da simili contestazioni, avrebbe dovuto almeno aggiungere al suo tweet la postilla: “tra nuovi occupati a tempo indeterminato e altri a tempo determinato”. Il recente raddoppio dei caratteri messi a disposizione da Twitter lo avrebbe consentito e quel numero, a differenza dei dati sull’occupazione, è fisso e non soggetto a interpretazioni. Anche nel pieno della campagna elettorale.