I grandi assenti della campagna elettorale per le politiche 2018 sono, almeno per ora, i manifesti elettorali. Grandi in tutti i sensi, se pensiamo a quelli 6×3 sdoganati nel lontano 1994 per la discesa in campo di Silvio Berlusconi.

A quindici giorni circa dal voto sorprende vedere piazze, strade, vie ancora sgombre dai faccioni dei politici.  I tabelloni arrugginiti che compaiono sotto elezioni restano desolatamente spogli, come alberi in pieno inverno. L’assenza dei manifesti elettorali non è passata inosservata, anzi, è stata oggetto di approfondimenti e dibattiti. Sui grandi quotidiani la questione è stata trattata con un taglio pressoché uniforme: sono in via di estinzione, soppiantati dai social.

Una risposta che non ha soddisfatto la redazione di #Italia2018, che segue da ormai un mese proprio la campagna elettorale social. Si tratta forse di una tesi semplicistica, che tende a non prendere in considerazione diversi fattori: tra cui, su tutti, l’elevata anzianità dell’elettore italiano. E se è vero, come scrive Edoardo Novelli sul Fatto Quotidiano, che il social permette di modulare la propria batteria di fuoco propagandistico a seconda delle necessità, mutando di continuo il tema con l’esigenza (oggi Macerata, domani Museo Egizio) mentre sul manifesto elettorale si dovrebbe parlare genericamente di un tema senza radicarlo nell’attualità, è pur vero che Facebook e Twitter non possono oggi come oggi sostituirsi ad altri canali di comunicazione.

Per questo motivo, #Italia2018 si è rivolta a un esperto di propaganda politica, spin doctor di personalità di primo piano, docente universitario, nonché  fondatore, presidente e amministratore di GM&PMarco Marturano.

“Non è possibile pensare che l’evoluzione tecnologica uccida il mezzo precedente”, dichiara senza mezzi termini Marturano, sconfessando le teorie lette sui quotidiani. “Non dobbiamo dimenticarci che il mezzo è il messaggio e che ogni mezzo ha il suo messaggio“. I social, per quanto di successo, per quanto seguiti da milioni di persone e coccolati dai candidati (soprattutto dai più piccoli, che hanno meno visibilità altrove), rappresentano solo una parte del tutto e non è credibile che possano, all’improvviso, occupare il posto che fu dei mezzi tradizionali. Manifesti elettorali inclusi. Resta però un dato: le strade sono vuote, non ci sono ancora i volti dei politici a tappezzarle, perché? “Ci sono stati ritardi più o meno in tutta Italia – spiega Marturano – nelle estrazioni degli spazi non commerciali adibiti alle affissioni”.

La questione, dunque, è meramente burocratica. E non sarebbe nemmeno connessa al fatto che, chiuso il rubinetto dei finanziamenti pubblici, le casse dei partiti sarebbero vuote: “La tipografie – fa notare Marturano – sono in crisi, fanno prezzi ormai molto concorrenziali e, rispetto ai bilanci che i politici destinano alle campagne elettorali, le spese per i manifesti sono risibili. Anche perché, se si escludono quelli sei per tre, commerciali, quelli elettorali vengono affissi in spazi appositi, del tutto gratuiti”. Semmai i partiti, sempre meno apparati, sempre meno presenti sul territorio, “hanno perso i volontari: uomini e donne che, in genere la sera, uscivano dalla sezione con i manifesti sotto braccio, pennello in una mano, barattolo di colla nell’altra e andavano ad attaccarli”. A mancare non sono tanto le risorse economiche, quanto quelle monetarie, sostiene Marturano.

“Del resto – chiosa il docente esperto in comunicazione e propaganda politica – se fosse vero che i social hanno soppiantato i manifesti elettorali, o che i partiti non possono più permetterseli, bisognerebbe chiedersi come mai la Lombardia sia stata letteralmente tappezzata, fin dallo scorso dicembre, con il volto di Giorgio Gori, candidato alla presidenza della regione. Parafrasando i Buggles che negli Anni ’80 cantavano Video killed the radio star – conclude sorridendo Marturano ci vorrà molto tempo prima che i social soppiantino i media tradizionali, e forse nemmeno accadrà mai: c’è tutto un pubblico, quello anziano e quello fortemente contrario a Twitter, Facebook e Instagram che i partiti non possono permettersi di perdere“.