La campagna elettorale 2018 si sta giocando anche e soprattutto sui social. Lo abbiamo ribadito più e più volte. Non a caso #Italia2018 si propone proprio di seguire quotidianamente le vicissitudini politiche con un occhio sempre fisso su ciò che accade su Twitter, Facebook e Instagram.

Solo qualche settimana fa, il leader della Lega, Matteo Salvini, annunciava trionfante il sorpasso in termini di “Like” e pollicioni alzati ai danni del padre nobile di MoVimento 5 Stelle, Beppe Grillo.

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Ma quanto c’è di vero tra le schiere di seguaci che seguono i candidati su Twitter e sembrano diventate la nuova unità di misura per determinarne la capacità di influenzare l’elettorato? I “capibastone 2.0” della politica si contano ora in base a questa nuova moneta virtuale?

Ad alcune di queste domande hanno tentato di rispondere Cnr e Policom, in un interessante articolo apparso su Repubblica. I ricercatori dell’Istituto di Informatica e telematica del Cnr di Pisa, coordinati da Maurizio Tesconi, hanno passato in rassegna le truppe cammellate che ciascun esponente politico conduce fieramente, con aria da condottiero, su Twitter e hanno cercato di distinguere tra bot, profili fasulli e altri semplicemente inattivi.

Un esercito pronto a sgonfiarsi

“Si scopre così – si legge su Repubblica – che i numeri giganteschi dei follower di Renzi sono in realtà molto più risicati: è sempre il primo, ma quei 3,3 milioni diventano 400mila, solo uno su otto. Sono solo gli utenti attivi che interagiscono con i post del candidato, lo retwittano, lo commentano, possono metterlo tra i preferiti, ovvero ne aumentano la diffusione. Lo studio prende in esame sei leader politici e i rispettivi partiti: Renzi e il Pd, Di Maio e M5s, Bonino e +Europa, Grasso e Liberi e Uguali, Salvini e la Lega, Berlusconi e Forza Italia, Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia”.

I profili “zombie” indicano davvero followers senza cervello?

Bisogna qui anticipare il ragionamento che chiuderà questo pezzo: almeno in teoria, gli utenti inattivi non coincidono con i fake. E non è nemmeno definibile se la loro inattività coincida con il disinteresse. Si tratta di persone che seguono silenziosamente il candidato, senza supportarlo in alcun modo con cuoricini di approvazione, retweet e senza replicare ai suoi cinguettii. Il dato, in sé, vuole dunque dire poco: si può benissimo supportare un Renzi, un Berlusconi o un Di Maio o un Grasso senza per questo avere l’impulso di interagire con lui. Inoltre, bisogna anche ricordare un particolare che nel pezzo di Repubblica viene tralasciato: Twitter è un social anomalo, usato più dagli addetti ai lavori (giornalisti e politici) che dall'”uomo della strada”.

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I seguiti che ciascun candidato porta con sé a mo’ di mantello si compongono quindi di parecchi giornalisti e di parecchi politici. Non sempre questi profili si traducono in consensi elettorali. Inoltre, per quanto riguarda la categoria dei giornalisti, si spera che chi vi rientra non interagisca con i politici (cuoricini e retweet), se non altro per mere questioni deontologiche.

Fake e bot non incidono: quando la politica è onesta, almeno sul web

Discorso a parte viene invece fatto sui fake, i profili fasulli, creati ad arte per potere aumentare il prestigio virtuale di questa o quella personalità. “I dodici profili presi in considerazione – si legge a tal proposito su Repubblica – hanno un numero di fake account tra i follower compreso tra il 3% (Renzi) e il 16% (Berlusconi). Il dato interessante è che – in controtendenza con gli utenti inattivi – sono proprio gli account più recenti ad avere più fake follower”. Il peso dei profili fasulli sembra marginale nella corsa alle elezioni del 4 marzo. “La nostra politica però è ‘corretta’ con gli utenti: non risulta infatti dai dati che nessuno dei leader abbia acquistato follower su Twitter per far crescere il loro numero assoluto”.

La popolarità su Twitter? Una conseguenza della notorietà nel mondo reale

I numeri assoluti – quelli che tutti possono vedere aprendo semplicemente il social network – sono bugiardi. E di molto”, scrive Repubblica. Che il dato fosse una sorta di proiezione e non trasponga fedelmente, 1:1, l’importanza del politico, è risaputo e la ricerca del Cnr permette di avere nuovo e interessante materiale su cui lavorare. Tuttavia, è difficile arrivare a parlare di numeri “bugiardi”. Anche al netto dell’esigenza di uscire con titoli sensazionalistici (“Altro che milioni di follower: ecco quanti utenti seguono davvero i leader politici su Twitter”), un account Twitter silenzioso non è necessariamente un account divenuto indifferente a quel politico.

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Allo stesso modo, se è vero che dal novero, almeno in teoria, andrebbero esclusi i giornalisti che seguono, per mestiere, i politici anche sui social, è pure vero che la loro presenza è comunque indicativa della loro notorietà. L’errore di fondo è intendere Twitter e Facebook come “mondi paralleli”, delle realtà virtuali che non hanno ripercussioni sulla vita reale. Sarebbe come pensare che quanto viene trasmesso in radio non abbia un rapporto osmotico con ciò che si vede in televisione. I social sono la parte di un “tutto”. E, infatti, difficilmente un candidato noto non ha followers e ancora più difficilmente uno sconosciuto ne ha un numero significativo: a grandi linee si potrebbe quasi affermare che, almeno per quanto riguarda i politici, la notorietà nella vita reale si riverbera in modo consequenziale su quella virtuale. Non il contrario.