È l’uomo del momento, un momento che dura dal 10 maggio 2016, quando l’allora premier Matteo Renzi l’ha voluto alla guida del Ministero dello Sviluppo Economico al posto di Federica Guidi che dovette lasciare a causa di uno scandalo montante. È l’uomo del governo che, più di ogni altro, si è rimboccato le maniche… di camicia incontrando continuamente le parti sociali. È l’uomo che, con maggiore fermezza, si è contrapposto alla linea dell’attuale segretario del Pd: tanto Renzi rappresenta la pars destruens, Calenda, almeno su carta, ha sempre tentato di raffigurare quella construens. A Calenda lo storytelling del rottamatore non è mai piaciuto.

Oggi Calenda è in prima pagina soprattutto per essersela presa in modo plateale (i maligni dicono “elettorale”) contro la dirigenza brasiliana di Embraco, che si occupa di compressori per frigoriferi per conto di Whirpool, definita dal Ministro senza mezzi termini “gentaglia”. Anzi, il mezzo termine in realtà c’è stato, perché Calenda si è fermato a “genta-” e poi si è corretto. E da qui nasce la polemica sulla pretestuosità del fatto: il titolare del Mise lancia il sasso ma nasconde la mano, in ballo ci sono 500 posti di lavoro e la sparata a molti è parsa propagandistica, soprattutto perché arriva a due settimane dal voto del 4 marzo.

In realtà Calenda non ha bisogno della vertenza Embraco per fare notizia. È costantemente in televisione, e quando non è in televisione è intervistato sui quotidiani. E quando non è sui giornali, è sui social. Questo nonostante non sia nemmeno candidato. Eppure è più presenzialista degli stessi candidati. Il fatto che non corra alle elezioni, non vuole dire che il numero uno del Mise abbia deciso di appendere il doppiopetto al chiodo: chiusa la porta dell’esperienza politica potrebbe infatti aprirsi il portone di un altro governo. Magari persino di Palazzo Chigi.

Calenda è corteggiatissimo, soprattutto da quella parte di centrodestra che accarezza l’idea delle larghe intese. Cioè da Berlusconi che, su consiglio del suo gran visir, Gianni Letta, lo avrebbe individuato come l’uomo giusto al momento giusto per siglare un governo di intesa in cui coabitino Forza Italia e Partito Democratico. E infatti Berlusconi continua a lanciargli segnali d’affetto, come dimostra il suo tweet di 5 giorni fa. Calenda del resto non è uomo di sinistra, non è iscritto al Pd ma, soprattutto, non è in buoni rapporti con Renzi, per usare un eufemismo (“Io e Calenda abbiamo sempre discusso – ha scherzato il segretario dei Dem al Teatro Parenti di Milano lo scorso 14 gennaio – il probema è che ora ha scoperto Twitter”).

Calenda è un twittatore forsennato. E ogni volta che twitta assesta colpi alla direzione del Pd. Che sia per scagliarsi contro la proposta elettorale di abolire il canone Rai o per evidenziare la criticità delle liste preparate dalla segreteria del partito, il suo bersaglio è comunque Matteo Renzi che, in una intervista con L’Espresso, definisce ben poco propenso al dialogo (“Se gli fai notare che sbaglia diventi suo nemico“).

Da parte sua Calenda, definito da alcuni come “il Macron italiano”, usa i social anche e soprattutto per restare in contatto con gli operai nei delicati sviluppi delle vertenze. Mai ministro dell’Economia o del Tesoro ha intessuto questo filo diretto con le parti sociali e, ancora più in profondità, con i lavoratori, diventando così trasversale: l’imprenditore liberale che piace al centro-destra e che dialoga con l’elettorato che fu della sinistra e che più di tutte le categorie sociali oggi si riscopre orfano di una rappresentanza politica cui guardare.

Calenda risponde a chiunque gli scriva, almeno pubblicamente. Che sia per dimostrare il suo impegno per non fare finire in strada i lavoratori o per mollare sganassoni a chi polemizza. Rimette in riga i contestatori con classe e con pugno di ferro: non come fa Gasparri, anche se non è ancora divertente come un Burioni o un Mentana.

Conforta i lavoratori meglio di un sindacalista e molla ceffoni a politici e potenti, dirigenza Embraco inclusa. Una specie di vendicatore dalla parte degli oppressi in giacca e cravatta.

Il suo banco di prova è stata la crisi di Alcoa, azienda statunitense nel settore dell’alluminio presente in Sardegna, che sta lentamente ripartendo. Calenda ha sfruttato Twitter per testimoniare la vicinanza, continua, agli operai del Sulcis, costruendo così un personaggio. Dalle proteste sotto la sede del Mise si è passati agli insulti sui social, quindi, quando i lavoratori hanno inteso la disponibilità del ministro, a un colloquio più serrato e costruttivo fatto di cinguettii. Non è facile conquistare la fiducia di un operaio che sta per perdere il lavoro, men che meno se sardo: se Calenda c’è riuscito è già sulla buona per accattivarsi le simpatie del resto della nazione. Dovrebbe essere più facile, soprattutto con la benedizione di Silvio.