La campagna elettorale per le politiche 2018 vede l’uso di due nuovi linguaggi: da un lato quello moderno, in parte inedito, dei social. Dall’altro quello brutale, arcaico, della violenza. Da un lato quello liquido di una democrazia totale, che consente a tutti, politici e non, di avere lo stesso peso, la stessa porzione sul palcoscenico, dall’altro quello ferino e vigliacco delle aggressioni e delle intimidazioni. La politica si fa virtuale e, contemporaneamente, brutale.

Nel giro di poche ore la Penisola, da Nord a Sud, è stata segnata da eventi che, se le parole non avessero un peso, potrebbero essere definiti “terroristici” o tipici degli “anni di piombo“: a Palermo, il segretario di Forza Nuova incaprettato e pestato a sangue. A Roma, Forza Nuova ha fatto irruzione negli studi di DiMartedì con metodi che puzzano di ventennio. Ieri mattina, a Perugia, un militante di Potere al popolo accoltellato mentre stava attaccando manifesti elettorali. Chiude la rassegna la profanazione della lapide in memoria di Aldo Moro sulla quale è comparsa la scritta “Morte alle guardie” accompagnata dall’immancabile svastica.

Ma, riavvolgendo il nastro di questa sgangherata, inconcludente, campagna elettorale, i casi di violenza si moltiplicano: lo scorso novembre, a Como, un’altra irruzione a favore di telecamere: un manipolo di skinhead piomba nei locali della associazione “Como senza frontiere” e pretende di leggere il proprio proclama. A dicembre alcuni militanti fascisti sfilano, minacciosi, sotto la sede di Repubblica e L’Espresso  due testate colpevoli di avere posto l’accento, in più occasioni, sul rischio di un ritorno di forze antidemocratiche.

Il 12 gennaio, a Genova, un altro accoltellamento ai danni di un altro antifascista che stava accoltellando altri manifesti nei pressi della sede di Casapound.  Il 3 febbraio il folle di Macerata. Poche ore dopo, a Genova, un disabile viene aggredito perché sfila nel corteo antifascista con una bandiera italiana.

Due giorni dopo, a Pavia, il presunto pestaggio di alcuni immigrati. A Piacenza, il 10 febbraio le violenze in piazza: un poliziotto viene circondato da sedicenti antifascisti e picchiato selvaggiamente. Quarantotto ore dopo, a Livorno, Giorgia Meloni viene spintonata e insultata dai giovani dei centri sociali. Domenica 20 febbraio altre scene di guerriglia a Napoli.

Alla luce di questi fatti, l’avvertimento dei Servizi contenuto nella relazione al Parlamento appare quasi scontato e per nulla allarmistico: “il tema migratorio ha mosso le iniziative della destra radicale, nel cui ambito si è registrata la nascita di nuove sigle, con presa soprattutto sui più giovani. Mobilitazioni contro la presenza extracomunitaria hanno caratterizzato anche le componenti più strutturate, attive pure sui temi sociali e nei collegamenti internazionali, cui non mancano connessioni con agguerriti network d’ispirazione neonazista”.

La recente ondata di violenza, raccontata dai media con troppa enfasi per alcuni, fatta passare colpevolmente sotto silenzio per altri, mette in luce la debolezza della politica, il suo progressivo arretramento dai luoghi di sua esclusiva competenza che lascia scoperti sia posti tipici del potere che in molti vorrebbero occupare, sia i nervi della popolazione, colpita da una crisi economica che non ha precedenti e rintronata dalle notizie propagandistiche che adulterano la percezione della sicurezza.

Non è un caso se, da destra a sinistra, sparite le ideologie, ridotte al minimo le differenze, scomparsi i programmi, l’unica parola ricorrente sia “argine”. Berlusconi argine contro il populismo, Salvini e Meloni argine contro il fascismo, Di Maio e MoVimento 5 Stelle argine contro i fascismi striscianti. CasaPound e Forza Nuova argine contro i violenti. Chi partecipa al gioco democratico tira su i muri ma, a forza di issare barricate, sembra che le forze politiche si stiano in realtà arroccando, chiudendo in una torre, forse consapevoli dell’impossibilità di gestire il caos che imperversa fuori. I politici boccheggiano per ore nei talk show televisivi: sembrano pesci in un acquario. Sono troppo presi a dirsi fascista reciprocamente. In tutto ciò la parola “antifascista”, che rappresenta l’essenza stessa della nostra cultura, della nostra tradizione e della nostra Carta costituzionale, perde valore e significato. Non rappresenta più l’elemento base senza il quale non è nemmeno pensabile potere vivere in Italia ma viene svilita al ruolo di vessillo politico, da sbandierare nella propaganda politica quotidiana senza nemmeno troppo entusiasmo.

E qui torna in causa l’altro linguaggio che sta caratterizzando questa campagna elettorale: quello social. Avrebbe dovuto consentire alla politica di permeare quotidianamente, in ogni istante, la vita del cittadino, invece ha contribuito esclusivamente alla evaporazione dei partiti, che dismettono le sedi, lasciano a casa i volontari, sono sempre meno attenti alle istanze del territorio e, in particolar modo, delle periferie. Le grandi scuole politiche, gli ideali, i simboli, diventano virtuali, giochini che stanno su Facebook e Twitter contro cui la gente si sente libera di sfogare la propria rabbia solo per avere in cambio un po’ di popolarità. Pulpiti virtuali dai quali i politici lanciano comodi proclami: poche righe, qualche hashtag penoso (#votami, #versoleelezioni) senza curarsi dei commenti che si sviluppano scrollando la pagina. Pulpiti dai quali, soprattutto, si soffia irresponsabilmente sul fuoco della violenza e dell’intolleranza nella speranza di intercettare il malumore montante, senza comprendere che la politica che addita all’immigrazione è una politica che alza le mani e dichiara la resa, cerca il capro espiatorio e non propone soluzioni.

“Tutto questo – scrive oggi Ezio Mauro su Repubblica – avviene non perché viviamo una campagna elettorale al calor bianco, ma al contrario nella fase del grande freddo, quando il cittadino e lo Stato sono una coppia apertamente in crisi, con ogni passione spenta. Il cittadino crede e chiede di poter fare a meno dello Stato, anche perché si sente scoperto dalla politica, in deficit di rappresentanza, e pensa che il suo disimpegno dalla partecipazione, dalla responsabilità, dalle scelte e dal voto (in una parola: dal discorso pubblico) sia l’esercizio di un contropotere”.

La situazione è tesa, sui quotidiani c’è già chi paventa il rischio del ritorno degli Anni di Piombo. Per questo è doveroso provare a svelenirla con una battuta di Corrado Guzzanti che in realtà invita a una profonda riflessione: “è facile fare i fascisti in un regime democratico: provate a fare i democratici in un regime fascista”.