Storico, studioso di santi, eretici e inquisitori e, forse, proprio per questo, dalla singolare predisposizione al martirio e dalla vocazione innata a essere una “voce fuori dal coro”. Non a caso, nella narrazione quotidiana offerta dalla cronaca politica, Miguel Gotor è descritto come bersaniano “de fero”. Anche se, almeno in Rete, si dovrebbe ancora trovare un pezzo del Sole 24 Ore del lontano 2009 scritto proprio di suo pugno in cui attaccava aspramente la strategia comunicativa fatta di maniche di camicia arrotolate e di metafore traballanti dell’allora quasi-segretario Democratico (Pier Luigi Bersani era in corsa contro Franceschini per la segreteria del Pd). Una strategia comunicativa che, a onor del vero, rendeva di tanto in tanto la versione comica di Maurizio Crozza più credibile dell’originale.

Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e quell’articolo, inaspettatamente, è stato la base su cui costruire un rapporto personale molto solido che, oggi, appare come un sodalizio inscalfibile. Accomunati dalla medesima visione della realtà, dalla necessità di tenere al centro quella che Bersani definiva la “ditta” (il partito) evitando protagonismi, entrambi hanno preso le medesime scelte e intrapreso lo stesso cammino, prima ponendosi in aspro conflitto rispetto alla linea dettata negli ultimi anni da Matteo Renzi e poi condividendo il progetto di un nuovo partito che avesse come scopo quello di ricostruire la sinistra italiana. Difficile definire Gotor come consigliere di Bersani, perché Bersani non ha mai avuto cerchi o gigli magici. Nel bene e nel male, tant’è che la sua strategia comunicativa è tanto scalcagnata quanto genuina. Quel che è certo è che li lega una profonda e genuina amicizia.
Oggi Gotor è candidato alla Camera per Liberi e Uguali nel collegio di Roma 1. Italia2018 gli ha rivolto alcune domande sulla situazione della sinistra, sulle ricette economiche presenti nel loro programma e sul rapporto con Bruxelles.

 

Onorevole Gotor, lei è politico ma anche uno storico del periodo moderno, perciò le chiedo: dato che questa campagna elettorale è stata caratterizzata da episodi molto violenti, secondo lei esiste il pericolo di un ritorno del fascismo?

Il fascismo non ritorna in quanto tale, ma è sempre in grado di cambiare pelle e di presentarsi sotto forme nuove. Mi preoccupa in particolare la sottovalutazione che alcune forze politiche fanno di atti di chiara impronta fascista e razzista: penso alla Lega di Salvini o al Movimento 5 stelle. Sarebbe opportuno stringere le maglie e aumentare i controlli: movimenti che fanno propria una propaganda e una simbologia dichiaratamente neo-fascista come Casa Pound e Forza Nuova non dovrebbero potere partecipare alle elezioni nel rispetto del dettato costituzionale.

 

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Con #Italia2018 abbiamo seguito l’intera campagna elettorale social e abbiamo avuto l’impressione che la principale emergenza nazionale, quella della disoccupazione giovanile, continua a restare un argomento marginale della propaganda politica: cosa propone Liberi e Uguali in merito?

Ha ragione: è il problema principale in particolare al sud. Continua ad aumentare la cifra dei neet, quei giovani che non studiano, non lavorano, ma hanno anche smesso di formarsi e di cercare una professione che non trovano. Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Occorre anzitutto pensare ad ammortizzatori sociali anche per lavoratori con carriere caratterizzate da continue interruzioni, e pensare a mutare il sistema pensionistico in modo da tenere conto, almeno ai fini della maturazione del diritto alla pensione, non solo dei periodi di lavoro, ma anche di quelli di disoccupazione involontaria, e di formazione, nonché di quelli in cui ci si è dedicati al lavoro di cura. L’altra strada è quella di riprendere gli investimenti pubblici ad alto moltiplicatore, cioè in grado di generare una crescita economica, e quindi una occupazione, molto più elevata rispetto agli sgravi fiscali o ai trasferimenti monetari. Ad esempio nella messa in sicurezza del territorio, nell’innovazione e nella ricerca tecnologica e in ambiti dove si registra un notevole invecchiamento del personale come la scuola e la sanità pubblica. Crediamo, infine, sia decisivo sbloccare il turnover nella Pubblica amministrazione in settori come i servizi sociali, la sicurezza, l’università e la sanità superando situazioni di precarietà ormai croniche e tornando ad assumere giovani.

Gotor, dal Partito Democratico continuano a ripetere che ogni voto dato a Liberi e Uguali è un voto alla destra di Salvini: cosa replicate?

Avere impostato una campagna elettorale avendo da giocare come unica carta quella del «voto utile» rivela la pochezza della qualità della proposta del Partito democratico a trazione renziana che invece di proporre una propria idea di Paese pensa di poterlo continuare a ricattare, magari invitando i cittadini a «turarsi il naso» e a votare Pd. Noi abbiamo restituito una casa e una speranza a centinaia di migliaia di donne e di uomini di sinistra e di centrosinistra che non si riconoscevano più nel Pd e che mai avrebbero votato Renzi a questa tornata elettorale dopo averlo visto all’opera in questi anni in settori nevralgici come il mondo del lavoro con il jobs act e l’abolizione dell’articolo 18 o la controriforma della scuola. Quando il Pd capirà questo e dismetterà i panni di una autoreferenziale arroganza, non sarà mai troppo tardi.

 

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L’attuale legge elettorale non sembra in grado di riuscire a consegnare una maggioranza parlamentare: con quali forze sareste disponibili a comporre un governo di coalizione e a quali invece chiudete fin da ora la porta in faccia?

Intendiamoci: noi siamo e vogliamo essere una sinistra di governo, che non ha paura però di stare all’opposizione. Liberi e Uguali nasce per essere alternativo alla destra, sfidante con i 5 stelle e competitivo con il Pd. Questo vuol dire che in Parlamento saremo interessati a interloquire con tutte le forze di sinistra e di centrosinistra, ma non a scatola chiusa, bensì a partire dai programmi. Ad esempio, cosa fare per lottare contro il precariato? A questa domanda si risponde partendo dalla consapevolezza che oggi con il Jobs Act (secondo dati Istat) su 10 contratti 9 sono precari e a una svalutazione del lavoro sul terreno dei diritti si è accompagnata una contrazione dei salari. Noi discuteremo con quanti si renderanno conto che i bassi della globalizzazione, della delocalizzazione e della finanza non regolata hanno prodotto un’esclusione paurosa che ormai ha diviso le società più sviluppate in tre fasce: i garantiti (i lavoratori del pubblico impiego, l’operaio delle grandi fabbriche), con stipendi sempre più insufficienti che subiscono un processo di impoverimento, i non garantiti (gli artigiani, le partite Iva, gli imprenditori, i piccoli commercianti, i liberi professionisti) esposti ai rischi del mercato e una terza fascia di esclusi (i giovani, i precari, i disoccupati) senza voce e rappresentanza. Prima di parlare di coalizioni è necessario avere un orizzonte comune di problemi e di priorità da affrontare: le nostre sono chiare, a partire dalla necessità di lottare contro le disuguaglianze come fattore di ripresa e di crescita economica.

La scorsa settimana, il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Jucker, ha lanciato l’allarme su una nuova possibile ondata speculativa nel caso in cui il 5 marzo l’Italia si trovasse impantanata, senza guida e senza governo. In quel caso, cosa bisognerebbe fare: di nuovo al voto, oppure larghe intese?

Faccio notare che sia la Germania sia la Spagna negli ultimi tempi hanno impiegato svariati mesi per arrivare alla definizione di una nuova maggioranza e quindi un’eventuale ondata speculativa avrebbe ragioni diverse dalla difficoltà di trovare un governo. Penso che sarebbe un errore andare al voto di nuovo con questa legge elettorale. A questo proposito vorrei richiamare i cittadini a una semplice constatazione: questa pessima legge non è caduta dal cielo ma è stata voluta da Forza Italia, dalla Lega, dal Pd e dal governo Gentiloni che ha consentito l’utilizzo di ben otto fiducie per un unico duplice scopo: danneggiare i 5 stelle e penalizzare noi di Liberi e Uguali. Sarebbe importante che al momento del voto i cittadini se lo ricordassero e punissero gli autori di questo pasticcio. Prima di andare di nuovo al voto sarebbe necessario cambiare legge elettorale per rispondere a tre criteri fondamentali con l’obiettivo di provare a restituire credibilità alla politica e di ridurre lo scollamento sempre più ampio e pericoloso tra cittadini e istituzioni: fare scegliere agli elettori i loro rappresentanti, avere collegi piccoli e garantire un minimo di stabilità con un moderato incentivo alla governabilità.

 

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Gotor, dato che abbiamo parlato di Unione europea le chiedo: come vi ponete rispetto a Bruxelles?

La grande sfida dei democratici e dei progressisti è guidare il rilancio di un processo di integrazione europea perché altrimenti quel progetto è destinato a morire. Serve meno retorica europeista e più politiche su scala continentale per ridurre la forbice che si è aperta tra democrazia e sovranità in ambiti fondamentali come la difesa, le politiche fiscali, la sicurezza, la lotta alla povertà e l’aumento del bilancio Ue. L’Europa sconta un deficit di politica che fa apparire ai cittadini gli apparati di Bruxelles come una burocrazia invadente e pesante. Non basta più un’Europa intergovernativa o mercantilista incentrata sulla moneta e tutta orientata alle esportazioni, che cerca il suo equilibrio finanziario nella riduzione del modello sociale. È il tempo di rilanciare l’idea di un’Europa federale, con istituzioni democratiche orientate alla crescita, al lavoro e ai diritti, con un adeguato sviluppo anche del mercato interno. Penso che una nuova locomotiva dell’Europa può e deve partire dall’interno dell’attuale Unione: un gruppo di Paesi, dentro l’area Euro, disposti a realizzare una maggiore integrazione e a dare gambe a un comune processo democratico dovrebbero firmare un accordo e stabilizzare una nuova sovranità con una cooperazione rafforzata per trainare così l’intero continente verso le opportunità e le responsabilità che ha nel mondo. Serve un’Europa che archivi la strada della austerità e del Fiscal Compact, tenendo fuori dal computo del deficit le spese per la crescita e gli investimenti (golden rule). Per perseguire con più coerenza l’obiettivo della golden rule a livello europeo, noi proponiamo di riscrivere l’articolo 81 della Costituzione introducendo questa regola al posto del pareggio di bilancio.