A una settimana dalle elezioni, possiamo finalmente analizzare a freddo a come i protagonisti della politica italiana hanno giocato la loro partita in vista del 4 marzo.
Vivendo in Belgio e non guardando i talk show italiani se non sporadicamente su internet, nell’ultimo mese per capire come sarebbero andate le elezioni ho fatto più riferimento ai siti di informazione che ai dibattiti televisivi. Gli unici interventi che ho visto sono stati a ridosso del 4 marzo, nelle due sere precedenti il silenzio elettorale, giovedì e venerdì. Ma è bastato vedere quelli per capire come sarebbe andata.

In questa occasione mi limiterò a parlare delle cose fatte male da chi è stato sconfitto (PD) e di quelle fatte bene da chi ha vinto (Lega e M5S).

Renzi e il PD

Una premessa è d’obbligo, il risultato pessimo del PD non è dovuto solo a Renzi, è ovvio. Tuttavia, il Renzi sindaco candidato alle primarie è molto lontano dal Renzi pre e post referendum costituzionale.

1. La mancanza di un messaggio chiaro

Prima di tutto, al PD manca un messaggio, una visione, un sogno. Il Renzi sindaco era il rottamatore, faceva sognare, era tra la gente perché voleva cambiare la politica, svecchiarla. In pratica gli stessi motivi per cui le persone hanno votato i 5 Stelle. Ma a quanto pare è stata la politica a cambiare lui. Non a caso, diceva Andreotti: Il potere logora chi non ce l’ha (più).

Sfido chiunque a trovare quale fosse il messaggio del PD di questa campagna. Perché una campagna non si vince solo ricordando le cose buone fatte, chè si sa, gli elettori hanno la memoria corta. Una campagna si vince soprattutto distinguendosi dagli altri per il proprio messaggio.
E qual era la USP, la Unique Selling Proposition del PD? Citando Wikipedia: Secondo tale principio una pubblicità, affinché possa essere efficace, deve puntare su “un unico argomento di vendita” (Selling point), e per unico s’intende una caratteristica propria di un prodotto che non è appannaggio della concorrenza.
Facendo leva su un’unica ragione logica per la quale converrebbe acquistare un prodotto, sarebbe possibile eliminare rischi di dispersione e concentrare lo sforzo persuasivo su una sola proposta di vendita che il destinatario della pubblicità finirebbe per ricordare nel tempo e fare propria.
Il PD non è un prodotto ma il principio non cambia. Il Partito Democratico si è presentato con un programma di 100 punti (100!) e dei cartelli generici come Vota la scienza, scegli il PD. Dov’è la proposta concreta? E come si convince uno che crede nella scienza ma comunque non vota PD?
E poi, nel Paese che si distingue per leggere meno libri e giornali, con un analfabetismo funzionale alle stelle, chi li legge 100 punti di programma, addetti ai lavori a parte?

Tornando agli slogan, se andate sulla pagina facebook del PD a leggere i commenti sotto lo slogan Vota il lavoro, scegli il PD, la gran parte di questi nega totalmente i dati riportati sull’aumento dell’occupazione.

L’inversione di tendenza è avvenuta, dopo anni di declino: oggi c’è un milione di occupati in più rispetto a quattro…

Geplaatst door Partito Democratico op dinsdag 13 februari 2018

2. La percezione di qualcosa può essere diversa dalla realtà

Il che ci porta al secondo punto: lo scollamento tra la narrazione e la realtà. Dire a dei disoccupati che l’occupazione sia aumentata perché lo dicono i dati, non porterà quei disoccupati a votare per te, ma li porterà a pensare che i dati sono falsi. In questi casi la percezione è più importante della realtà stessa. Questo ovviamente si applica benissimo anche al fenomeno migratorio. Se anche i dati dicono che grazie all’operato del ministro Minniti gli sbarchi sono diminuiti ma nel proprio quartiere si ha paura perché ci sono migranti che spacciano, l’elettore nell’urna non penserà ai dati degli ultimi sbarchi, ma solo alla mancanza di sicurezza che percepisce e al fatto che al governo ci fossero gli stessi che dicono che le cose non sono così male.

Prima che i dati reali diventino realtà percepita serve del tempo. Ma questo spesso è un problema che colpisce chi sta al Governo. I cambiamenti sono lenti e a volte una legislatura non basta a creare il cambiamento e a vederne anche gli effetti concreti.

3. Il referendum del 2016

Il referendum costituzionale non ha insegnato nulla al segretario Dem.
Si sa che il voto al referendum fu un voto sull’operato di Renzi e e senza dubbio il fatto che persone di spicco come lui, Boschi e Fedeli non abbiano fatto il passo indietro promesso in caso di sconfitta non ha fatto che incrementare l’astio nei confronti suoi e della dirigenza, presentandoli come poco affidabili. Da quel momento, invece di fare un mea culpa, Renzi non ha fatto altro che aspettare il momento della vendetta.
Forse solo i dati che davano il governo Gentiloni a un gradimento maggiore rispetto al suo gli ha fatto virare verso una campagna meno personalistica e più di squadra.

Ma questa è stato solo un finto ravvedimento. Nei talk show elettorali non ha fatto altro che continuare a parlare di come il risultato negativo del referendum avrebbe portato all’instabilità. Peccato che, come ha dimostrato YouTrend, con qualsiasi legge elettorale fossimo andati a votare, nessuno con queste percentuali avrebbe avuto la maggioranza.
La percezione che ne ha l’elettore indeciso è che Renzi si comportasse come un bambino lasciato in panchina alla partita di pallone. Solo che, invece di allenarsi di più e cambiare tattica, dopo un anno è ancora lì a lamentarsi, dimostrando di non aver imparato nulla.

4. La mancanza di chiarezza sul candidato premier

Il passo indietro e il passaggio alla comunicazione di squadra non può però giustificare la totale assenza di chiarezza su chi avrebbe fatto il primo ministro se il PD avesse vinto le elezioni. Renzi? Gentiloni? Gentiloni era più alto nei sondaggi ma la conseguenza non doveva essere quella di lasciare le porte aperte a ogni possibilità, ma prendere una posizione chiara. Cosa che gli altri partiti avevano fatto. Una tale mancanza di chiarezza da chi aspira alla guida del Paese è inaccettabile.

5. Parlare sempre degli avversari giova a loro, non a te

Non serve a nulla parlare del tuo nemico se non hai una chiara alternativa da proporre. E del resto molti degli elettori che hanno votato M5S sono ex elettori del PD.

Per spiegarvi facilmente perché non funziona vi faccio un esempio. Se io vi dico di chiudere gli occhi e di non pensare a una penna rossa, voi non farete altro che pensare a una penna rossa. È come lavora il nostro cervello. Del resto, gli anni spesi a parlare male di Berlusconi sono serviti a qualcosa? Non mi pare. E bisogna ricordare che, nonostante l’età e il fatto che non potesse essere candidato, Berlusconi è riuscito comunque a fare una cifra più che dignitosa, non tanto lontana da quella del PD.

6. La divisione interna della sinistra

Come si sa, la sinistra se non litiga non è contenta. Questo è stato un altro vantaggio dato agli avversari. Quando PD e LeU perdevano tempo a mettersi il distintivo di chi fosse la vera sinistra, il Centro Destra, i cui leader dicevano tutto e il contrario di tutto ( si vedano le posizioni agli antipodi di Berlusconi e Salvini sulla legge Fornero), solo su una cosa erano chiari: l’unità della coalizione. L’importante è che si governi, e l’unico modo è farlo insieme. Esattamente l’opposto della sinistra.

In più, a un elettore disoccupato, a una famiglia che fatica ad arrivare a fine mese, delle divisioni interne della sinistra non importa nulla. Quello che cerca è delle soluzioni, delle risposte a bisogni primari: lavoro e sicurezza sociale.

7. Fascismo e fake news

La sinistra tutta ha perso tantissimo tempo a paventare il ritorno del fascismo e a parlare del pericolo delle fake news per la democrazia. I risultati di Casa Pound e Forza Nuova (meno dell’1%) dimostrano che il pericolo fascista che ha dominato le pagine dei quotidiani per giorni non esisteva. O almeno, non esisteva nella visione apocalittica che ne è stata data. Erano per lo più una bolla mediatica.

E lo stesso vale per le fake news. Ovviamente sono un problema, come hanno dimostrato Stati Uniti e Francia, ma non sono IL problema. E invece anche in questo caso sono state agitate come lo spauracchio delle elezioni, quasi a mettere le mani avanti per dire che si fosse perso la colpa sarebbe stata delle fake news.

8. Lo spot con Renzi: “Pensaci”

Lo ammetto, a me è piaciuto. Anzi, di tutte le cose fatte in questa campagna è quello che mi è piaciuto di più, perché è quello in cui molti elettori indecisi si sono identificati. Ma il messaggio finale è: “vabbè dai, avete fatto qualcosa di buono, ritentiamo ancora con voi”. Penso che questo spot avrebbe avuto un impatto molto maggiore 10 anni fa, in un bipolarismo destra-sinistra, Berlusconi-Renzi. Oggi invece, dove il messaggio dei 5S è proprio quello di essere la terza via che finora nessuno ti aveva dato, il sorriso ironico che suscita diventa più una smorfia e fa propendere per un voto di cambiamento netto: i 5 Stelle.

Salvini e la Lega

Il primo dato oggettivo a fare la differenza è che Salvini è sempre stato vicino fisicamente ai suoi elettori, a protestare con loro nelle piazze, in felpa. Come per i 5 Stelle, è visto come un primus inter pares, mentre quello che si contesta al PD è proprio un mancato ascolto della base ed un conseguente scollamento dalla realtà.

I messaggi della Lega sono chiari, facili da ricordare, precisi, concreti:

  • Prima gli Italiani,
  • Stop all’immigrazione clandestina,
  • Flat Tax al 15%.
  • Ecco la differenza fra noi e Renzi: noi siamo uomini liberi per i quali l’Italia viene prima, lui è il servo sciocco e ben pagato dei poteri forti di Bruxelles e di Berlino.#primagliitaliani

    Geplaatst door Matteo Salvini op zondag 21 januari 2018

    “Prima gli Italiani”, per quanto possa sembrare generico come “vota la scienza”, porta direttamente al punto 2, sul no all’immigrazione clandestina e sottintende anche una distanza netta dai partiti europeisti di sinistra, come a dire che quelli scelgono prima l’Europa degli italiani. Non importa che sia vero, importa come viene percepito dai propri elettori e come intercetti il diffuso malcontento.

    La Lega non è più Nord

    L’altra cosa è che la Lega, dopo gli anni della Padania libera, ha perso la sua connotazione nordista (da Lega Nord è diventata solo Lega), aspirando a diventare portatrice di interessi nazionali, inclusi quelli del sud. Perché il nemico, nel 2018, non è più l’invasore “terun”, quelli ormai sono integrati, sono amici. Il nemico è l’immigrato clandestino, che impaurisce il sud come il nord. Il nuovo collante che unisce l’Italia.

    Si ricordi che a Macerata la Lega ha fatto un risultato enorme. Questo a indicare che a pesare è stata più la percezione di mancata sicurezza (si ricordi l’omicidio di Pamela per mano degli immigrati nigeriani) che il pericolo fascista (l’attentatore che ha sparato a caso su dei migranti per “vendicare Pamela” si è dichiarato fascista ed elettore leghista).

    La Lega “non” è più razzista

    A questo si aggiunga che il responsabile per l’immigrazione è Toni Iwobi, imprenditore nero arrivato a Spirano (Bergamo) oltre quarant’anni fa e tesserato leghista dal 1993. Toni oggi è il primo senatore nero della storia della nostra Repubblica. A dimostrare, con la sua stessa esistenza, che la Lega non è razzista, ma vuole una immigrazione controllata, dove gli immigrati regolari che vengono per lavorare sono i benvenuti, anzi sono necessari.

    E implicitamente questo è un altro smacco al PD, che a parte la parentesi con Cécile Kyenge, ex ministro e ora deputata europea, ha perso anche la battaglia per l’integrazione, e per giunta con la Lega.

    Certo, poi Salvini non condanna i commenti razzisti che popolano la sua pagina facebook, ma questa è un’altra questione.

    Di Maio e il Movimento 5 Stelle

    Non parlerò in questa sede di cosa non va nel M5S, di tutte le sue contraddizioni che ancora persistono, ma il M5S è la forza politica che ha avuto più di tutte una strategia di comunicazione che, come abbiamo visto, si è rivelata vincente.

    Questa è la cartina dell'Italia, in giallo trovate le regioni in cui il MoVimento 5 Stelle è la prima forza politica….

    Geplaatst door Luigi Di Maio op woensdag 7 maart 2018

    1. Il Movimento non è più (solo) Beppe Grillo

    Il ruolo di Grillo è stato fondamentale all’inizio per aggregare e mantenere la barra dritta. Ma ora il movimento è cresciuto, i parlamentari hanno capito come funziona il sistema e sanno gestirlo. Per quello Beppe ha fatto un passo indietro e anche il suo blog ha cambiato faccia e non ospita più post politici, ormai lasciati al sito del M5S.

    Per chi poteva avere delle simpatie per il Movimento la presenza di Grillo, che alla fine più di una volta decideva come pareva a lui (o a Casaleggio), fregandosene del voto della rete, il fatto che il M5S abbia ora una guida chiara a nome Di Maio, regolarmente eletta, può aver dato più sicurezza.

    Credo però si sia trattato ancora una volta di strategia perché dopo le elezioni Grillo è tornato ad avere un ruolo centrale, tanto da spingere la Appendino a presentare Torino alle olimpiadi invernali del 2026.

    2. Il M5S è un partito che ascolta la base, anzi è la base stessa

    L’avere una piattaforma, Rousseau, per quanto di dubbia sicurezza, dove tutti possono votare le proposte fatte e addirittura candidarsi al parlamento con qualche click, è la forma di vicinanza alla gente più vicina che ci sia. Il messaggio è: non devi far parte dell’establishment per dare il tuo contributo al cambiamento del Paese. Provate a entrare in un partito classico e chiedere di candidarvi al parlamento se siete un operaio qualsiasi, che non conosce nessuno.

    Nel M5S c’è una completa identificazione tra elettore ed eletto, e questo genera entusiasmo perché fa sentire tutti giocatori. Il Movimento è anche la nuova America, dove chiunque, anche un ventiseinne senza laurea che viene dalla provincia napoletana, può entrare in parlamento e dopo 5 anni essere candidato premier. Ora capirete perché, se avete visto le feste di chiusura del M5S a Roma, Di Maio e Di Battista sono accolti come rockstar, con gli elettori che chiedono selfie e autografi. Sono quelli che ce l’hanno fatta, restando se stessi.

    3. Come rimediare all’incompetenza e dominare l’agenda dei media

    Di Maio sa bene di non essere Macron, l’enfant prodige che ha fatto le migliori scuole francesi, e siccome sapeva bene che sarebbe stato attaccato sulla questione della scarsa competenza a guidare un governo, ha presentato una squadra di ministri provenienti per lo più dal mondo accademico. L’equivalente del senatore nero per la Lega. Il fatto che siano professori universitari parla per loro.

    I ministri non sono stati presentati tutti assieme, ma un po’ alla volta. Questa è stata una mossa ottima per monopolizzare la discussione sui media e allontanare la discussione dai furbetti del rimborso. Per contro, il fatto di aver mandato la lista a Mattarella e che questo abbia costituito “sgarbo istituzionale” interessa solo giornalisti e politici, per la base è irrilevante.

    4. Se voti M5S sai chi voti

    Corollario della presentazione della squadra di ministri è che votando M5S sai in anticipo non solo chi sarà il leader, ma addirittura tutta la squadra di governo. Cosa mai successa prima (da che ho memoria). Questo vuol dire anche: “noi non siamo come gli altri che devono fare il gioco delle poltrone e gli inciuci”.

    5. Rimborsopoli: come trasformare un punto debole in un punto di forza

    Sfido chiunque a sapere a quanto ammontasse il fondo per le imprese cui i parlamentari 5S hanno devoluto parte dei loro stipendi negli ultimi cinque anni. Con Rimborsopoli lo hanno scoperto tutti gli elettori, evidenziando ancora una volta la differenza tra loro e “gli altri”.

    Ancora una volta il messaggio di Di Maio è forte: “Noi li cacciamo quando li scopriamo, voi li promuovete”. Vera o no, questa frase è potentissima e aumenta il divario tra M5S e tutti gli altri partiti.

    6. “Eh però Di Maio non ha avuto il coraggio di sfidare Renzi in tv”

    Renzi si è lamentato che Di Maio si sia tirato indietro rispetto al confronto diretto televisivo. Per quanto all’elettore avrebbe fatto piacere vederli in un confronto, se un candidato sa dai sondaggi di essere molto più in vantaggio del suo sfidante, sfidarlo accenderà un riflettore che serve più allo sfidante che al candidato. Di Maio non aveva nulla da guadagnarci nello scontro tv e quindi ha declinato l’offerta con una stoccata: non ha senso questo confronto perché Renzi non è un contendente per cui valga la pena perdere del tempo.

    Sia M5S che Lega hanno totalmente ignorato il PD, facendolo comparire come il cugino scemo. Il “voto utile” questa volta non era per la Destra o la Sinistra, ma per i cittadini, “la terza repubblica”.

    8. Mai inseguire gli avversari ma piuttosto dettare l’agenda

    In questi e altri modi il M5S ha dettato l’agenda dei temi per settimane, con l’effetto di dimostrare che il PD non ne avesse. Di Maio nelle interviste che ho visto parlava solo dell’agenda del Movimento, ignorando il PD. E ne parlava sempre sorridente, senza mai scomporsi. Renzi al contrario era sempre arrabbiato, trasmettendo visibilmente la sua frustrazione a un anno di distanza.

    9. Distinguersi dagli altri

    Il M5S, su un tema cruciale come l’immigrazione, non si è espresso più di tanto. Primo perché è un tema difficile, secondo perché quello è il vessillo della Lega, per cui meglio puntare su altro, come il reddito di cittadinanza.

    Conclusioni

    Il PD si è limitato a comunicare le cose buone fatte (e ce ne sono tante) ma in modo inefficace (100 punti?), senza una strategia e senza una visione per il futuro, perso tra lotte intestine e spettri di fascismo.

    La Lega e il M5S sono andati dritti per la loro strada, con messaggi chiari, leader decisi, distanziandosi dal nemico comune, il PD.

    Ovviamente quando si è al governo in tempo di crisi economica è difficile fare miracoli, per questo l’opposizione parte sempre in vantaggio. Ma questa non è una giustificazione per tutti gli errori commessi.