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Senato della Repubblica

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Piemonte

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Piemonte 4

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Docente

Giuseppe Renato Mastruzzo

Peppe Beni Comuni

Vivo a Torino da dieci anni, dove dal 2008 sono direttore dell’International University College, chiamato da Stefano Rodotà, che ne è stato il Presidente. In dieci anni, abbiamo accolto più di 300 brillanti studenti di master da oltre 60 paesi del mondo, e a tutti siamo riusciti ad assicurare una borsa di studio.

Dal 2013 insegno anche a Mosca, nel dipartimento di politica pubblica della Scuola Superiore di Economia della Federazione Russa (Moscow Higher School of Economics).

Prima di Torino, ho lavorato 5 anni a Roma come direttore studi e ricerche di Confservizi Lazio, maturando una buona esperienza nella gestione dei servizi pubblici locali, e convincendomi che le privatizzazioni non funzionano.

A Roma ho conosciuto Stefano Rodotà e Ugo Mattei, negli anni in cui entrambi guidavano la cosiddetta “Commissione Rodotà”, che ha introdotto il concetto di “beni comuni” nel linguaggio giuridico italiano.

A Roma sono arrivato da Londra, dove ho vissuto per dieci anni, studiando e insegnando all’università del Kent a Canterbury, dove ho conseguito un master post-laurea e un dottorato. Sono nullatenente per scelta, sposato, e ho una figlia di 15 e un figlio di 13 anni. Siamo di proprietà di un giovane gatto arancione. Ho 60 anni ma me ne sento molti di meno, e sono siciliano. Per gli amici sono “il Peppe”.

Il programma dei primi 100 giorni

La categoria dei “beni comuni” va introdotta nel nostro Codice Civile come proposto dalla Commissione Rodotà già nel 2008. I beni comuni sono cruciali per l’esercizio dei diritti umani individuali e di fondamentali interessi pubblici. Ad essi va garantita una scrupolosa tutela legale perché il loro presente uso da parte di tutti sia coerente con l’esigenza di conservarli per le generazioni future. Per tutelarli legalmente va riformato il Codice Civile del 1942 (siamo in era fascista). Questa riforma prosegue la battaglia del referendum del 2011 per l’acqua bene comune e contro le privatizzazioni dei servizi pubblici, che ha impedito il saccheggio di ricchezze delle comunità locali per un valore di 250 miliardi di euro. Questa riforma va aiutata cancellando le attuali forme di gestione improntate alla ricerca del profitto (le società per azioni che hanno interesse all’aumento delle nostre bollette ma non al miglioramento dei servizi), e cambiandone il DNA attraverso un legge di istituzione di nuove aziende speciali di diritto pubblico ed altri nuovi soggetti. Questi nuovi soggetti promuoveranno l’uso di energie rinnovabili, ad esempio nel trasporto pubblico, e l’uso di nuovi indicatori economici non solo quantitativi, in un approccio non semplicemente estrattivo delle risorse dei territori locali (e del pianeta). Internet offre una nuova frontiera di libertà per la partecipazione diretta di tutti al governo della cosa pubblica e per tanto altro. Ma grandi gruppi privati e nuovi monopoli se ne stanno appropriando, recintando i nuovi territori di libertà, usando i nostri dati personali e noi stessi come merce. Così come ci siamo battuti con successo contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali, dobbiamo batterci contro la privatizzazione di internet, bene comune globale. Per difendersi dalla tecnologia invasiva, bisogna accorpare le tre autorità, antitrust, telecomunicazioni e privacy, in una sola macro autorità indipendente di garanzia del cittadino contro l’azione invasiva della tecnologia e dei poteri privati, togliendo inutili poltrone alla casta. A ulteriore garanzia, va costituita una Commissione Parlamentare permanente di controllo dell’innovazione tecnologica invasiva. La nuova Authority unica è intesa anche per difenderci dalle innovazioni in rete create per evadere le tasse, per sfruttare il lavoro senza diritti, e per attentare alla nostra integrità personale e alla nostra libertà attraverso le nanotecnologie.

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